
I riflettori dei Notturni Off, rassegna ideata e realizzata dalla Civica scuola di musica “Claudio Abbado” diretta da Roberto Favaro, si accendono venerdì 10 luglio per una intensa serata divisa in due momenti e ambientata in due diverse sedi istituzionali, pensata per guidare il pubblico in un suggestivo viaggio dal Classicismo al Rinascimento. Appunatmento al Teatro Out Off, a Milano (via Mac Mahon 16, ingresso libero con prenotazione obbligatoria su Eventbrite, https://musica.fondazionemilano.eu/news/notturni-off-dal-6-al-10-luglio).
Il sipario si alza alle ore 19 presso l’Istituto di Musica Classica con il concerto “Spazio Anteprima”, intitolato Tra sacro e profano, una prima parte dedicata alle metamorfosi della vocalità e del camerismo tra Sette e Ottocento. Successivamente, la manifestazione si sposta alle ore 21 presso l’Istituto di Musica Antica per il “Concerto Serale” di chiusura, intitolato O dolce vita mia, interamente incentrato sulla fioritura strumentale e vocale del Rinascimento. Questa precisa scansione temporale e logistica non è solo organizzativa, ma riflette un vero e proprio moto pendolare tra l’interiorità spirituale e la contingenza terrena, offrendo uno spaccato colto e originale che connette il grande repertorio austro-italiano alle gemme più rare della prassi esecutiva storicamente informata.
La prima parte della serata si apre nel segno di una feconda contraddizione strutturale ed estetica. L’accostamento tra Giuseppe Verdi e Franz Joseph Haydn non è solo un ponte tra il melodramma risorgimentale e il classicismo viennese, ma un’indagine sulla vocalità come veicolo di messaggi politici e cosmologici. Il tenore Zimo Ma e la pianista Yanting Cai affrontano il dittico composto dalla scena e aria «De’ miei bollenti spiriti» e dalla successiva cabaletta «O mio rimorso» da La traviata. Da un punto di vista musicologico, questa pagina rappresenta lo snodo in cui la rigidità della “solita forma” ottocentesca si piega al realismo psicologico. Il contrasto lirico tra l’idillio amoroso dell’andante e l’impeto marziale della cabaletta – quest’ultima storicamente bersagliata dalla censura per l’esplicita ammissione di una convivenza al di fuori del matrimonio – mette a nudo l’ipocrisia della morale bourgeois dell’epoca. A questa bruciante immanenza profana risponde, per contrasto, la trascendenza illuminista di Haydn con l’oratorio Die Schöpfung (La Creazione). Affidati al soprano Jingyi Huang e al pianista Muyao Chen, il recitativo «Und Gott sprach…» e l’aria «Nun beut die Flur das frische Grün» descrivono il passaggio dal caos primordiale all’ordine della natura attraverso una limpida condotta melodica e una grazia pastorale che incarna l’ottimismo razionalista haydniano. Questa prima sezione si chiude con la Serenata op. 4 di Christian Dickhut, compositore e virtuoso del corno attivo a cavallo tra Sette e Ottocento. L’organico, che vede impegnati Irene Zorloni al flauto, Desmond Aiyomongbezagha alla chitarra e Edoardo Fumagalli al corno, riflette perfettamente la musica d’intrattenimento dell’epoca Biedermeier, dove la chitarra si fa tessuto connettivo flessibile, dialogando con la timbrica brillante del flauto e quella scura del corno.

Alle ore 21 la prospettiva si sposta e si radicalizza con il blocco serale affidato all’Orchestra Barocca della Civica Scuola di Musica Claudio Abbado, guidata dall’esperienza di Daniele Bragetti. Qui il fulcro dell’indagine diventa sociologico e tecnologico: la nascita della stampa musicale a caratteri mobili nella Venezia di inizio Cinquecento. La possibile riproducibilità dei testi musicali generò la prima vera globalizzazione dei linguaggi, permettendo a generi autoctoni come la frottola – la forma profana, strofica e pre-madrigalistica per eccellenza – e il madrigale di contaminarsi con la chanson transalpina e le polifonie astratte delle fantasie. L’esecuzione, affidata a un ensemble composto da voce, viola da gamba e flauti dolci, strumenti prediletti del Rinascimento, evoca le atmosfere delle accademie e delle corti. Non si tratta di una scelta puramente antiquaria, ma di un recupero filologico del “suono originale”: la viola da gamba, con la sua ricchezza di armonici, e il consorte di flauti ricreano quella micro-polifonia trasparente dove la parola poetica rimane sempre intelligibile. Il titolo stesso del programma, O dolce vita mia, riassume quel connubio tra edonismo profano e rigore contrappuntistico che ha reso la musica italiana il faro culturale dell’Europa del XVI secolo, suggellando una serata che invita a decodificare i sottotesti storici, sacri e tecnologici che hanno permesso a queste note di superare la barriera del tempo.


