Live / La Civica Jazz Orchestra

Il concerto monografico programmato per il 10 giugno 2026 alle ore 21, nella suggestiva cornice storica del Castello Sforzesco di Milano, non si esaurisce nella pur lodevole dimensione di un evento celebrativo istituzionale ad ingresso libero. Al contrario, l’esecuzione di una selezione di brani tratti dal First (1965) e dal Second Sacred Concert (1968) di Edward Kennedy “Duke” Ellington si rivela una vera e propria operazione di restituzione storiografica, capace di inaugurare la rassegna Estate al Castello e di offrire un’anteprima di assoluto rilievo del festival diffuso Le Civiche Fest. Affidando queste monumentali partiture alla Civica Jazz Orchestra diretta da Luca Missiti e al Coro dei Civici Corsi di Jazz guidato da Sabrina Olivieri, la Civica Scuola di Musica “Claudio Abbado” compie un atto di esegesi che riattualizza, proprio nel cuore della metropoli milanese, il complesso cortocircuito tra scrittura formale eurocolta, tradizione orale afroamericana e l’urgenza teologica dell’ultimo Ellington.
I tre Sacred Concerts, composti tra il 1965 e il 1973 — l’ultimo dei quali risuonò tra le navate della Westminster Abbey a pochi mesi dalla morte del duca —, rappresentano per ammissione dello stesso autore il vertice assoluto della sua traiettoria artistica. “Ogni uomo prega nella propria lingua, e non c’è lingua che io connozza meglio della mia musica”, amava ripetere Ellington. In questa dichiarazione si riassume il superamento di quella storica dicotomia tra sacro e profano che aveva incanalato il jazz, nato sì dagli spirituals ma codificato nei contesti urbani e coreutici dell’era dello swing. La scommessa ellingtoniana, nata nel 1965 su impulso della Grace Cathedral di San Francisco, fu quella di proiettare la jazz orchestra — intesa come un macro-strumento espressivo unico — all’interno dello spazio acustico e simbolico della chiesa. Non una trasposizione superficiale di stilemi liturgici, ma una sintesi ecumenica in cui il blues, il contrappunto colto, il gioco antifonale del call-and-response e la declamazione poetica (tutti testi scritti di pugno dal compositore) si fondono in una nuova e grandiosa liturgia laica.
Dal punto di vista formale, l’architettura dei concerti è intimamente pervasa da suggestioni e simbolismi cristiani, con continui rimandi all’affermazione dogmatica dell’Unità e della Trinità divine. Lo si percepirà chiaramente nel Cortile delle Armi del Castello, nell’accostamento tra il solenne preludio orchestrale di Praise God (ispirato al Salmo 150) e la serrata dialettica ritmica di Ain’t But The One, brano in cui le sezioni strumentali e il blocco corale convergono verso una stringente riaffermazione dell’unifasicità del divino. Ellington gestisce le masse foniche con un bilanciamento quasi geometrico, alternando pagine di intenso lirismo melodico come Heaven (concepita originariamente per l’eterea voce del soprano svedese Alice Babs) e Come Sunday — il commovente fulcro spirituale mutuato dalla storica suite Black, Brown and Beige del 1943 —, a grandiosi affreschi collettivi dominati dalla trascinante poliritmia di It’s Freedom e dall’estasi dionisiaca del finale Praise God And Dance.
In questo instabile equilibrio tra rigore formale e improvvisazione si gioca la complessa sfida della prassi esecutiva contemporanea. Le partiture originali di Ellington erano spesso canovacci elastici, “cuciti sulla pelle” delle straordinarie individualità timbriche della sua orchestra, come Johnny Hodges o Cootie Williams. Portare questo materiale all’interno di un’istituzione di alta formazione come la Civica milanese richiede una duplice postura critica: il rispetto delle macro-strutture e la capacità di rivitalizzare lo spazio di libertà estemporanea dell’idioma jazzistico. La concertazione della Civica Jazz Orchestra lavora proprio sulla calibrazione microscopica degli impasti orchestrali per restituire l’inimitabile “effetto Ellington”, mentre il Coro affronta l’arduo compito di piegare la polifonia classica alla duttilità vocale, alle inflessioni microtonali e al calore timbrico tipici del gospel e del canto afroamericano, ben evidenti in brani trascinanti come Tell Me It’s The Truth.
A suggellare questa tensione interpretativa interverrà, con un assolo di pianoforte, il Maestro Enrico Intra. Figura cardine della modernità jazzistica europea e tra i padri fondatori dei medesimi Civici Corsi di Jazz, Intra non si limiterà a un tributo epigonale, ma instaurerà un dialogo intertestuale a distanza con il pianismo ellingtoniano. Troppo spesso sottovalutato a favore del genio compositivo e orchestrale, lo stile pianistico di Ellington era in realtà intriso di un modernismo percussivo fatto di spigoli ritmici e silenzi calcolati.
L’assolo di Intra si configurerà così come una rilettura decostruzionista e speculativa. Attraverso il filtro della propria estetica, storicamente aperta alle istanze dell’avanguardia colta europea e alla libera improvvisazione, Intra estrarrà le cellule motiviche dei Sacred Concerts per proiettarle in un flusso sonoro autonomo. Questo cortocircuito finale tra la monumentalità della pagina scritta per grande organico e la solitudine speculativa del pianoforte solista riassume il senso profondo dell’intera serata: la dimostrazione che il jazz non è un repertorio museale da cristallizzare, bensì una tradizione vivente e pulsante, capace di generare continue, colte e imprevedibili risonanze.


