JAZZ E FEDE / LIGUORI “LIVE” ALL’OFFICINA “MUSICA, TRASCENDENZA E RICERCA”

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Sabato 4 luglio, dalle ore 21, il pianista jazz Gaetano Liguori in scena al Teatro Officina di Milano, con lo spettacolo tra note e poesia titolato “Musica per l’ineffabile”; con lui, durante la serata, Massimo De Vita e Daniela Airoldi Bianchi, che leggono poesie d’autore. Alla vigilia dello spettacolo Liguori ha accettato di rispondere ad alcune domande.
Da dove nasce l’idea di questo spettacolo e cosa rappresenta il suo titolo?
«”La musica per l’ineffabile” è un titolo che ho tratto dal libro di un sacerdote. Da ormai sette anni frequento la Facoltà Teologica di Milano per portare avanti una ricerca sulla spiritualità della musica e sulla mistica del jazz, che sarà l’oggetto della mia tesi. Nel corso dei miei studi ho approfondito la via del mistico, scoprendo che in molte religioni e in epoche diverse ci sono elementi comuni: il silenzio, la musica, la meditazione».
Come si traduce concretamente questa ricerca sul palcoscenico?
«Volevamo fare uno spettacolo che si legasse a un vecchio progetto condiviso con Massimo De Vita – un grande compagno di strada fin dagli anni ’60 e ’70 – e con sua moglie Daniela Airoldi, l’attrice che dirige il Teatro Officina. Abbiamo ripreso e trasformato l’impianto di un lavoro del 1991, Una voce per i Vangeli, in cui lui curava i testi sacri e io componevo le musiche. Allora, però, non avevo tutta la coscienza teologica che ho maturato oggi attraverso lo studio».
Perché definire questa dimensione proprio come “ineffabile”?
«Quando abbiamo dovuto scegliere il titolo per questo nuovo progetto, abbiamo pensato che la mistica sia per definizione qualcosa di difficile da spiegare con parametri concreti. Si può parlarne, ma non si hanno termini di paragone tangibili. Da qui la scelta del termine “ineffabile”: intendo la musica come una sensazione profonda che non si può spiegare a parole, ma che c’è e si avverte chiaramente».
Che ruolo ha la poesia all’interno di questa struttura musicale?
«La poesia, proprio come la musica e l’arte in genere, è una delle vie del mistico per raggiungere “l’oltre”. Il ricercatore – sia esso laico, buddista o di qualsiasi altra confessione – per cercare l’oltre ricorre ad alcuni mezzi espressivi. Unendo la sensibilità poetica a quella musicale cerchiamo di offrire al pubblico una specie di piccola tavolozza di colori dello spirito».
Con quale criterio avete selezionato gli autori dei testi che verranno interpretati dagli attori?
«Non ho scelto i poeti a caso: passeremo da Jorge Luis Borges a Costantino Kavafis, fino a David Maria Turoldo. Padre Turoldo, in particolare, rappresenta il vero perno di tutto questo percorso, anche per me personalmente. Nei primi anni Duemila proposi nel Duomo di Milano la colonna sonora per La famiglia della speranza, un’opera di padre Turoldo dove c’erano Moni Ovadia e Maddalena Crippa. Erano testi fortemente legati alla Resistenza; ho avuto modo di ascoltarlo attentamente e da lì è rimasto questo legame profondo con la sua poesia».
Dobbiamo quindi aspettarci un tradizionale reading letterario con sottofondo musicale?
«No, ci tengo a precisare che non si tratterà del classico reading in cui la musica si limita a sottolineare il racconto, una cosa che pure faccio da anni. Qui parliamo di due mezzi espressivi distinti che avranno due spazi propri capaci di intersecarsi. È attraverso questo incrocio che raccontiamo le cose dell’infinito».
Chi la conosce come un artista da sempre impegnato politicamente non rischia di rimanere spiazzato da questa attenzione alla fede e alla mistica?
«È una domanda a cui sono prontissimo a rispondere perché me la pongo io stesso un giorno dopo l’altro. Se la pongono anche i miei vecchi compagni di avventure del movimento studentesco e dell’MLS, o le persone che si ricordano di quando sono stato candidato per Rifondazione Comunista nel 2000. La risposta che do’ sempre è che la ricerca, per un artista, è una delle cose più importanti. E questa ricerca può avvenire sia da un punto di vista etico, sociale e politico, sia su un piano strettamente interiore».
C’è quindi un punto d’incontro tra l’impegno civile e la dimensione spirituale?
«Assolutamente sì. Non c’è una reale frattura. Ad esempio, nel concerto di sabato suonerò Un pianoforte per i giusti, un brano tratto da un disco che ho dedicato all’associazione Gariwo per il Giardino dei Giusti della montagna di San Siro, dove si pianta un albero per tutti i giusti della terra. Quella è un’operazione sociale ed etica, ma anche profondamente spirituale. Figure come Mandela, in fondo, non facevano semplicemente della politica».
Questa sensibilità come si concilia con la sua visione della Chiesa istituzionale?
«Il cristianesimo, fin dalle sue origini, ha sempre avuto una fortissima spinta mistica – penso a San Francesco o a Teresa d’Avila –, figure che in parte sono sempre state avversate da una Chiesa che preferiva una visione piramidale, fatta di dogmi e comandamenti. Devo dire che la Facoltà Teologica che frequento a Milano è molto in linea con la visione di Papa Francesco: una spiritualità che non si astrae dal mondo, ma che rimane estremamente concreta».
Quando è iniziato, concretamente, questo suo percorso di avvicinamento?
«È stato un cammino graduale iniziato già negli anni ’90, quando ho cominciato a frequentare i Gesuiti a Milano in Piazza San Fedele. Lì ho incontrato figure come padre Bartolomeo Sorge, che per me è stato una vera guida, un uomo che girava con la scorta quando era a Palermo. C’erano all’interno della Chiesa dei personaggi con una fortissima connotazione progressista e d’impegno civile. Spesso mi sono trovato meglio a chiacchierare e scambiare idee con loro che non con certi vecchi compagni di militanza che negli anni hanno fatto il “salto della quaglia” e oggi preferiscono starsene a casa tutto il giorno».


Guardando oltre questo spettacolo, quali sono i suoi prossimi progetti discografici?
«Questo inverno ho lavorato alla ristampa di Cantata Rossa, un disco dedicato al popolo palestinese. È un’operazione in cui il Liguori di cinquant’anni fa riafferma e sposa pienamente il Liguori di adesso, e viceversa. Sono sempre stato vicino al popolo palestinese, e lo sono a maggior ragione adesso che stiamo assistendo a un genocidio. Ristampare quel lavoro significa dimostrare che credo ancora oggi nelle stesse cose in cui credevo allora».
Ci sono novità anche sul fronte di nuove registrazioni in studio?
«Sì, ho inciso un disco completamente nuovo intitolato Underground, registrato in parte negli studi di Radio Popolare e in parte in studio. Ho voluto inciderlo a distanza di cinquant’anni con lo storico Trio Idea, la formazione nata nel 1971-72 insieme a Roberto Del Piano e Filippo Monico. Allora eravamo un gruppo d’avanguardia sulla cresta dell’onda; oggi ci siamo ritrovati a suonare insieme e ci siamo accorti che, avendo scelto l’avanguardia come campo estetico, siamo ancora avanti e possiamo continuare così per un bel po’ di anni».
Questa assoluta coerenza con se stessi sembra essere la sua linea guida. È così?
«C’è una frase del film Pat Garrett e Billy the Kid che amo moltissimo e che ho scelto come esergo per un mio libro sul cinema western, di cui sono un grande appassionato. A Pat Garrett che gli dice che le rivolte sono finite, che il mondo è cambiato e che gli conviene mettersi l’animo in pace e andare con loro, Billy the Kid risponde: “Il mondo è cambiato, io no”. Ecco, per me questa frase rappresenta tutto».