L’INTERVISTA / CLAUDIO RIZZO: “DALLE TECHE RAI AI GRANDI FESTIVAL , ORA IL JAZZ E’ TORNATO PROTAGONISTA IN TV”

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C’era una volta il jazz, anche nelle tv Rai. A un certo punto è sparito, ed è rimasto un fantasma a lungo, a parte le trasmissioni di Piero Angela e il pianista Stefano Bollani. Sparito il jazz, ma ora è tornato grazie all’autore-regista e musicista Claudio Rizzo. Nato come percussionista e batterista, dopo aver suonato con i più grandi miti del jazz e del pop ed essere passato alla carriera manageriale e autoriale in Rai, oggi firma, ha firmato il ritorno del grande jazz sul piccolo schermo. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare il successo del programma Notte in Jazz su Rai 5 e i progetti estivi legati ai festival storici del nostro Paese.  
Per i lettori che non masticano di jazz, partiamo dall’inizio: come nasce la sua storia nel mondo della musica? 
<Io nasco come musicista, in particolare come batterista e percussionista. Questa mia esperienza sul campo mi ha dato la straordinaria opportunità di conoscere tantissimi personaggi dello spettacolo, esplorando praticamente ogni genere: dal jazz alla musica leggera>.  
Se dovesse scegliere tre incontri determinanti per la sua vita e la sua carriera, da raccontare… 
<Il primo è senza dubbio Chet Baker. A vent’anni ho avuto la fortuna di suonare con molti musicisti americani di passaggio al Music Inn di Roma, che all’epoca — insieme al Capolinea di Milano — era il vero tempio e l’epicentro del jazz in Italia. Il secondo mentore è Renzo Arbore, con cui ho un rapporto splendido ancora oggi. Nel 1985 mi chiamò per fare Quelli della Notte, un programma cult che ha segnato uno spartiacque per me, facendomi capire come funzionava la Tv da dietro le quinte. Il terzo è Amedeo Minghi, un artista straordinario e dalla scrittura meravigliosa. Ho fatto la tournée con lui nel momento di massima popolarità, negli anni di Vattene Amore (1990-1991)>. C’è un aneddoto o un insegnamento particolare che le ha lasciato Chet Baker? 
<Chet non amava particolarmente i batteristi, quindi bisognava suonare “in punta di bacchette”, farsi sentire ma senza esagerare. Mi ripeteva sempre una frase: “Don’t be too busy”, ovvero non fare troppe cose, non riempire troppo il tempo. Era un insegnamento forte, che applicava con tutti, anche con i pianisti>. 
Nel 1991, però, lei decide di smettere di fare il batterista a tempo pieno. Cosa è successo? 
<C’è stato un vero e proprio bivio. Nel ‘91, durante l’ultima tournée con Minghi, sono stato chiamato da Gian Paolo Cresci, un sovrintendente visionario del Teatro dell’Opera di Roma che voleva far partire subito la programmazione jazz. Mi sono ritrovato di colpo a passare dagli stadi e i concerti pop a gestire al telefono una macchina organizzativa enorme. Ho dovuto scegliere la strada imprenditoriale. Il filo conduttore, però, è rimasto lo stesso: affrontare la musica da due prospettive diverse>.  
Da lì è iniziata una lunga attività come autore e produttore televisivo
<Esatto, dagli anni ’90 in poi ho lavorato molto in Rai come produttore e autore musicale. Ho curato cose più leggere come il Festival di Castrocaro per sette anni, ma anche Sanremo e Domenica In con Magalli. Sono curioso di natura e volevo sperimentare tutte le ramificazioni lavorative che ruotano attorno alla musica>.
Veniamo all’oggi.  
<Ho notato che nei palinsesti mancava quasi del tutto il jazz. Così mi sono ricordato della riserva meravigliosa che abbiamo: le Teche Rai, un archivio storico pazzesco diviso tra Roma e Torino, ormai quasi interamente digitalizzato. Sono andato a spulciare nei mega computer e ho trovato tesori incredibili>.  
Si favoleggiava sul mitico concerto di Miles Davis del 1964… 
<Sì, lo avevo scolpito nella memoria: Miles Davis a Milano in bianco e nero con il suo leggendario secondo quintetto (Hancock, Carter, Shorter, Williams). Purtroppo, molto materiale storico Rai soffre del problema dei diritti scaduti o assenti, il che lo rende “non trasmissibili” nell’immediato. Ottenere le liberatorie dalle fondazioni (come quella di Davis gestita dal figlio) richiede tempi lunghissimi. Per questo motivo abbiamo selezionato prima i materiali già liberi e pronti all’uso>.  
E cosa avete scovato in questa selezione? 
<Il concerto di Ella Fitzgerald alla Bussola nel ’66, una data milanese della tournée di Ella e Duke Ellington nello stesso anno introdotta dallo straordinario inviato Carlo Mazzarella, Lionel Hampton a Sanremo con Pippo Baudo, e Sarah Vaughan nel 1963>.  
Com’è strutturato il format di Notte in Jazz? 
<Il programma va in onda ogni venerdì notte intorno alla mezzanotte su Rai 5, ed è partito il 6 marzo. La prima tornata di 22 puntate si chiude il 31 luglio, seguita dalle repliche ad agosto. Abbiamo trasmesso e trasmetteremo giganti come il Modern Jazz Quartet, Max Roach, Michel Petrucciani, Art Blakey, Oscar Peterson e Bill Evans. Però non volevamo che fosse il solito programma serioso da nicchia. Lo abbiamo condito con un umorismo “alla Arbore”, inserendo vere chicche televisive d’archivio>.  
Una chicca dal programma
<Abbiamo recuperato un’intervista in bianco e nero di Piero Angela che intercetta Ella Fitzgerald all’aeroporto, e un documento pazzesco di Ruggero Orlando che intervista Duke Ellington a New York a casa sua, mentre il musicista è in vestaglia e si prepara una tisana>. 
I dati di ascolto e la critica? 
<Per essere un canale tematico come Rai 5 i risultati rispetto all’anno scorso, sono ottimi. Ci ha gratificato moltissimo un articolo del critico Antonio Di Pollina, che ha concluso dicendo che programmi come questo sono il motivo per cui vale la pena pagare il canone>.  
Finita la prima parte di Notte in Jazz? 
<Sulla scia di questo successo ho proposto un progetto più ampio, Festival d’Italia, per dare spazio ai grandi eventi musicali del nostro Paese. Per ora ci siamo concentrati sul jazz con tre speciali da metà settembre, sempre il venerdì a mezzanotte. Seguiremo “Umbria Jazz” — ho riallacciato i rapporti storici con il patron Carlo Pagnotta —, il “Summer Jazz Festival” alla Casa del Jazz di Roma (con stelle come Pat Metheny, Diana Krall e Bill Frisell) e il “Pescara Jazz”, che ci tenevo a includere perché è il festival più antico d’Italia, nato persino prima di Perugia.  
C’è già qualcos’altro che bolle in pentola oltre il jazz? 
<L’idea è quella di intensificare la collaborazione con “Umbria Jazz” coprendo anche l’edizione Winter. Poi stiamo già dialogando con altri direttori artistici, come per il JazzMi a Milano, per proporre altri tre festival l’anno prossimo. In Italia ci sono ben 82 festival jazz, un patrimonio enorme. Inoltre, sono un grande appassionato di musica d’autore italiana, che oggi vive un momento difficile; mi piacerebbe molto in futuro fare qualcosa per supportare realtà storiche come il Premio Tenco>.  
Per chiudere, un progetto del genere non si fa da soli. Chi bisogna ringraziare? 
<Tutto questo è possibile solo quando si allineano le giuste circostanze. Devo citare assolutamente il direttore di Rai Cultura, Fabrizio Zappi, un uomo di grande spessore culturale che ha creduto fin da subito nel progetto. Quando gli ho fatto notare la mancanza del jazz, ha detto subito: “Hai ragione, partiamo”. Insieme a lui, la vicedirettrice Bianca De Rose e tutto lo staff, che è davvero incredibile. Nulla succede per caso>.